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martedì 18 aprile 2017

I monaci tibetani si danno fuoco per protesta nel silenzio dei media

Una monaca tibetana si è auto-immolata a Kardze dandosi fuoco per protestare contro l'occupazione cinese del Tibet. E' la 148esima auto-immolazione che cerca di spezzare il fragoroso silenzio dei mass-media sulla causa del popolo tibetano...
L'auto-immolazione di Yeshi Khando, una monaca tibetana di 47 anni, è stata filmata e il video, in cui si vedono dei funzionari cinesi che tentano di spengere le fiamme che avvolgono il corpo della monaca, è circolato sui social media.



Durante la sua auto-immolazione, Yeshi Khando ha urlato slogan chiedendo il ritorno in patria di Sua Santità il Dalai Lama e la libertà per i tibetani. Ha anche gridato di pregare per la lunga vita di Sua Santità il Dalai Lama e ha chiesto unità tra il popolo tibetano.


Quella di Yeshi Khando è l'auto-immolazione n.148, da quando è iniziata in Tibet questa forma di protesta nel 2009 per cercare di fare breccia nel muro della censura, cinese e mondiale, e rendere partecipe l'opinione pubblica delle atrocità commesse ai danni del popolo tibetano.


chiedendo libertà per il Tibet e il ritorno del Dalai Lama dall'India, dove vive in esilio dopo il fallimento della rivolta del 1959.

La grande rivolta del 1959 del popolo di Lhasa contro le violenze e le intolleranze dell'esercito fu duramente repressa nel sangue dalle truppe di Pechino, che provocarono circa 65.000 vittime e deportarono 70.000 persone[3], mentre il Dalai Lama fuggì in India. La risposta cinese fu l'occupazione integrale del Tibet e la dichiarazione di illegalità del governo tibetano.
Il Tibet fu frazionato, buona parte dei suoi territori fu assegnata alle province cinesi del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan. La parte rimasta divenne nel 1964 la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a statuto speciale.
La rivoluzione culturale che ebbe luogo dal 1966 al 1976 portò studenti ed estremisti cinesi, agitati dal regime comunista, a condannare come anti-rivoluzionaria ogni forma d'opinione diversa dalla loro e gran parte dei monasteri, dei templi e di ogni altra forma d'arte vennero distrutti.
Il Dalai Lama non è più ritornato nell'altopiano ed i vari appelli, le conferenze e gli incontri segreti organizzati dalla comunità in esilio non hanno apportato sostanziali cambiamenti né hanno smosso la comunità internazionale, i cui governi riconoscono la sovranità della Cina sul paese, rendendosi complici di un vero e proprio genocidio.



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